Recensioni

Il Sole 24 ore, 20 maggio 2018

Corridoni, anima rivoluzionaria

di Gennaro Sangiuliano

 Il Tempo, 1 maggio 2018

La rivoluzione civile e morale di Filippo Corridoni

di Antonio Rapisarda

Nell’epoca in cui le “sintesi sociali” avvengono sì ma solo per sottrazione – come quella dell’ultimo governo “di sinistra”, guidato da Renzi prima e Gentiloni dopo, che ha sacrificato uno dei simboli, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, sull’altare della “flessibilità”, sol dell’avvenire 3.0 predicato nei Paesi nordici – le celebrazioni di una festa in piena crisi di identità (e di lavoro), come quella del Primo maggio, rappresentano un’occasione ghiotta per portare l’attenzione su una delle figure centrali – ma colpevolmente censurata, oscurata e rimossa dal dibattito ufficiale – dell’inquieto ‘900 che ha tradotto in prima persona e fino alle estreme conseguenze l’azione sindacale, legando coscienza di classe e interesse nazionale lì sulla trincea del Carso. Lo scopo? Portare il proletariato – nel nome del conflitto inteso come mutamento, rigenerazione – a diventare «soggetto di primo piano nella vicenda nazionale e dunque legittimato a decidere del destino della più vasta comunità». Ossia della Nazione.

Con queste parole Gennaro Malgieri – studioso attento, giornalista, già parlamentare del Pdl – restituisce di Filippo Corridoni ciò che «l’arcangelo sindacalista» ha donato alla “comunità” operaia degli anni ’10 del secolo scorso e poi agli interpreti di quello «spirito nuovo» che su questo costruirono il solidarismo fascista, e nel dopoguerra, la Cisnal, la confederazione “di destra” sorta nel solco tracciato dal rivoluzionario marchigiano (ancora oggi richiamato dall’Ugl). Non solo un esempio eccezionale di “milite” del lavoro quindi, ma una sintesi incarnata e ragionata di etica ed estetica, di pacifismo ed interventismo, di socialismo e nazionalismo così come di ricette che ritornano attuali oggi, come l’antiparlamentarismo e la democrazia diretta, o di presunte antinomie, il liberismo inteso come “medicina” antiborghese e la scuola «libera» dai condizionamenti dello Stato.

C’è stato tutto nella vita avventurosa di questo sindacalista rivoluzionario: ispirato da Sorel, e quindi diversamente marxista; giunto poi a sposare la causa nazionale, minacciata dagli Imperi centrali e dall’accidia dello Stato giolittiano, intesa come forza liberazzatrice della classe operaia; morto, dopo una gioventù trascorsa su posizioni anti-interventiste, da volontario e a soli ventottanni sulla Trincea delle Frasche nel 1915 perché intravvide nella guerra, come ricorda chi lo ha conosciuto, «quella rivoluzione nazionale e sociale che egli predicò nelle piazze».

Il percorso, affascinante, spericolato e come vediamo pieno di vitalistiche contraddizioni, è tracciato con precisione e con una chiave di lettura diacronica in Corridoni (edizioni Fergen, pp. 105, €10), un’opera agile ma significativa dove Malgieri aiuta ad andare oltre la parabola dell’eroe santificato dopo la morte dal fascismo (Corridoni fu amico e sodale del Benito Mussolini socialista e agitatore), per restituirci la figura completa di un rivoluzionario “morale” e non moralista che ha individuato nel sempreverde trasformismo parlamentare e nell’accomodamento delle élite, che fuggono dalla loro missione storica per accasarsi sotto il mantello dello Stato ieri e dell’Ue oggi, quel freno a mano tirato che blocca lo sviluppo e annichilisce gli elementi vitali, la vena viva di una Nazione: i suoi lavoratori.

Il Giornale, 1 marzo 2018

 

Storia in rete

  

sannio press

#Profili| La rivoluzione di Corridoni

aprile 10, 2018 by giancristiano

di Giancristiano Desiderio

Che cos’è la borghesia italiana? Ne trovo un giudizio severo, ma serio e rigoroso, in alcune parole di Filippo Corridoni: “La borghesia italiana è l’ultima venuta sul campo della produzione; essa non ha tradizioni e non ha metodo; è povera e ci tiene a non rischiare il suo capitale che a colpo sicuro; è infingarda e lazzarona e non vuol faticare, non vuol lottare, non vuole avere fastidi; rinuncia alla gallina del domani per la coccia dell’uovo dell’oggi: e si mette in mano dello Stato. Questo la spolpa, l’assassina, ma la contenta”. Dove la chiave di lettura è nell’ultimo rigo: per non rischiare la borghesia si mette nelle mani dello Stato che la contenta, cioè la protegge, ma al contempo le fa pagare un prezzo alto perché la spolpa e alla fine la uccide, la uccide come borghesia. Cos’è, infatti, oggi la borghesia? Esiste la borghesia italiana o non siamo tutti dei sottoborghesi viventi e morenti in un grande blob gelatinoso nel quale speranzosi attendiamo che lo Stato ci tragga in salvo e così speranzosi moriamo infingardi e lazzaroni?

Già, ma intanto è sempre giusto il luogo manzoniano: Corridoni, chi era costui? Operaio figlio di operaio, una vita in fornace, quindi sindacalista ma dalla testa intelligente e calda e allora sindacalista rivoluzionario sulla scorta del genio di Georges Sorel, giornalista e agitatore, politico e pacifista ma anche soldato che finì la breve e intensa vita come l’iniziò: in una fornace, quella della Grande guerra, dove andò volontario, forse perché aveva un appuntamento con la morte nella “Trincea delle Frasche” il 23 ottobre 1915. Il suo corpo non venne mai ritrovato, fu rapito dagli dèi, come accadeva nell’antichità agli eroi caduti sul campo di battaglia. Ma la sua morte eroica sarà anche la sua condanna perché la retorica lo ucciderà poi una seconda e una terza e una quarta volta facendo di lui ora un precursore del fascismo ora un sindacalista tout-court. E, invece, il segreto di Filippo Corridoni è in quelle poche righe sulla borghesia il cui destino vorrebbe sottrarre all’illusione del protezionismo statale per farne un’occasione di libertà per quanti come lui, operai, contadini, proletari si affacciavano in massa alla finestra della storia e della vita nazionale. Ecco perché se volete introdurvi alla conoscenza della vita intensa di Corridoni fattasi tutta pensiero agitato e azione diretta nell’intento di tirar fuori il proletariato dal suo destino e dal suo pericolo dovete leggere il profilo che Gennaro Malgieri ne ha scritto: Corridoni (fergen, 10 euro). Sono esattamente 99 pagine, rapide come un lampo, scintillanti come una lama al sole.

La particolarità del saggio di Malgieri sta nella corsa che si fa nella vita spericolata di Corridoni prendendola, però, per il verso del pensiero. Il sindacalismo rivoluzionario è un’antica passione del mio amico Gennaro, una passione che si unisce alla storia d’Italia e alla ricostruzione di idee e uomini dimenticati, quando non volutamente dannati e abbandonati. Il sindacalismo rivoluzionario di Filippo Corridoni è nutrito della lezione di Sorel e il cuore del pensiero del grande francese era tutto nella tesi anti-marxista che il proletariato si dovesse organizzare autonomamente e, quindi, non dovesse dipendere da un partito politico. C’è bisogno di sottolineare l’importanza della posizione di Sorel? Se la coscienza di classe del proletariato dipende dal partito comunista, allora, lo stesso proletariato si prepara a partecipare ad una finta rivoluzione in cui sarà il partito a impossessarsi dello Stato e ad instaurare una dittatura sul proletariato. Quanto è accaduto nel Novecento.

Corridoni, il giovanissimo Corridoni, ne era consapevole e mentre era rinchiuso nel carcere di San Vittore scrisse Sindacalismo e Repubblica che riassume la sua concezione di sindacalismo rivoluzionario che ai nostri occhi si presenta oggi come una rivoluzione prima di tutto morale. Corridoni esponeva il suo “programma” in otto punti andando dalla federazione delle province (con assegnazione di attributi statali) alla nazione armata, dal libero scambio e la fine delle sovvenzioni statali alla scuola libera, dalla soppressione della polizia di Stato al referendum. Che cosa aveva capito il giovane sindacalista e soldato? Aveva capito che lo Stato borghese poteva cadere nelle mani di forze politiche e sindacali di massa ben organizzate e in quelle mani lo Stato, ormai ex borghese, sarebbe diventato un Leviatano. Ecco perché Corridoni nutrì una doppia “illusione”: da un lato di indebolire le forze statali e dall’altro di emancipare gli operai dalla dipendenza politica o di partito. Cento anni dopo queste idee escono ancora vive dalla fornace.

SECOLODITALIA.IT

Corridoni: libro di Malgieri riscopre l’apostolo del socialismo nazionale

Un libro su Filippo Corridoni, ma non una biografia di Filippo Corridoni. È l’ultima fatica editoriale di Gennaro Malgieri (“Corridoni”, Fergen editore, 105 pagg. 10 euro) che ha voluto così sottrarre al doppio e speculare pericolo che da sempre incombe sulla vita e l’attività dell’inquieto agitatore marchigiano, allievo di Georges Sorel e figura tra le più interessanti e significative della lotta politica e sindacale nell’Italia del primo decennio del Novecento: l’oblio e la “marmorizzazione”. Il primo imposto dalla storiografia ufficiale, il secondo frutto di quella fascista, che fece di Corridoni uno dei miti più venerati del proprio pantheon, fino a ribattezzare Corridonia la cittadina in provincia di MacerataPausula, in cui era nato nel 1887.

Corridoni è stata una delle figure più affascinanti del primo ‘900

Tutt’altro è l’intento di Malgieri. Che attraverso una essenziale ma nient’affatto sommaria disamina dell’irripetibile temperie culturale e politica che segnava l’Italia dei primi anni del secolo scorso si preoccupa soprattutto di restituire Corridoni alla sua tormentata vicenda umana e politica calandolo nelle sanguigne passioni e nelle feroci contraddizioni del suo tempo. Passioni e contraddizioni che egli stesso contribuì a incanalare e a superare attraverso sintesi ardite ed inedite, molte delle quali ancor oggi incredibilmente attuali. Del resto, la morte stessa di Corridoni appare l’effetto di un cortocircuito esistenziale. Si arruolerà volontario – lui condannato per istigazione alla diserzione per i suoi articoli su Rompete le righe, foglio antimilitarista fondato assieme all’anarchica Maria Rygier – per poi morire eroicamente in grigioverde nella Trincea delle Frasche, a San Martino del Carso nell’ottobre del 1915.

La violenza come levatrice della rivoluzione

Guerra e sciopero generale insurrezionale: due facce della stessa violenza necessaria, unica levatrice del riscatto sociale e morale delle masse proletarie. Agli occhi di Corridoni, come del resto a quelli del suo compagno di lotta e d’ideale Benito Mussolini, lo scontro bellico con gli Imperi Centrali non era in continuità con la retorica dell’epopea risorgimentale. Per entrambi, la guerra tra le nazioni era soprattutto il pedaggio pagato alla storia dalla rivoluzione proletaria. L’una precedeva l’altra, esattamente come gli assalti dalle trincee avrebbero preparato l’insurrezione popolare. Guerra e sciopero, i due grimaldelli grazie ai quelli le masse (non ancora popolo) avrebbero fatto irruzione sul grande proscenio della storia. Malgieri illumina con particolare efficacia lo scontro che si consuma in quei tumultuosi frangenti nel socialismo europeo e nel sindacato italiano. Corridoni avverte e percepisce come pochi che il determinismo storico insito nella dialettica marxista rischia di rivelarsi una formula astratta incapace di decifrare le drammatiche sfide poste dal nuovo secolo. Lo scoppio della Grande Guerra ha riportato tutti ai blocchi di partenza: i socialisti francesi sono in armi contro i socialisti tedeschi. Il crepitare delle mitraglie sui vari fronti di combattimento suona come campane a morto delle utopie della Seconda Internazionale. Corridoni comprende che il proletariato può assurgere a protagonista del proprio destino solo se riuscirà a coniugare la classe con la nazione.

Protagonista con Mussolini e D’Annunzio del “Maggio radioso”

È l’intuizione che spiana la strada all’originalità del Novecento italiano. È la scintilla che fonderà in una nuova e feconda sintesi guerra e rivoluzione, operaio e soldato, trincea e barricata. È il mito dell’Italia “Grande proletaria” che rompe i vecchi recinti ideologici accomunando nella grande battaglia interventista culminata nel “Maggio radioso” del 1915 sindacalisti soreliani come Corridoni, socialisti rivoluzionari come Mussolini, nazional-imperialisti come Enrico Corradini, poeti come Gabriele D’Annunzio, intellettuali come Giuseppe PrezzoliniGiovanni PapiniArdengo Soffici. È a loro che si deve la fine dell’Italietta giolittiana e del parlamentarismo parolaio e inconcludente. A Malgieri, invece, va il merito di aver estratto dall’oblio insolente e dal “marmo” agiografico la fascinosa figura di Corridoni per restituirlo alla sua dimensione di indomito Prometeo che ha testimoniato con il sangue di soldato della nazione la propria fedeltà alla rivoluzione e al proletariato.

Corridoni: libro di Malgieri riscopre l’apostolo del socialismo nazionale

 WWW.TOTALITA.IT

Nella rubrica di libri curata da Mario  Bozzi Sentieri

 

PERSONAGGI

Gennaro Malgieri, Corridoni (Fergen pagg. 104, Euro 10,00)

Breve profilo politico e intellettuale del sindacalista Filippo Corridoni, una delle figure più controverse e complesse del movimento rivoluzionario del primo Novecento. Ma anche un anticipatore di “nuove sintesi” politiche, foriere di sviluppi teorici e pratici di indiscutibile portata storica. Una vasta letteratura ce lo consegna nei modi più disparati: tutti sono plausibili ed è legittima qualsivoglia interpretazione del suo breve eppure intenso cammino tra le intemperie degli anni Dieci fino alla tragica ed eroica morte in battaglia. Il suo sindacalismo rivoluzionario, come mostra  Gennaro Malgieri in questo profilo politico ed intellettuale, si caratterizza per l’originalità interpretativa e per la moralità con la quale egli ha perseguito il suo scopo, sposando estetica rivoluzionaria e revisionismo marxista ed assurgendo ad “anticipatore” del fascismo.

 http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=8986&categoria=1&sezione=7&rubrica=40

L’INTELLETTUALE DISSIDENTE

Le nuove sintesi corridoniane

Nella biografia scritta da Gennaro Malgieri emergono le intuizioni del Corridoni pensatore e teorico, troppo a lungo emarginato per far posto al solo ricordo del martirio.
di Luca Lezzi – 2 aprile 2018   

A partire dal centenario della morte, avvenuto il 23 ottobre del 2015, Filippo Corridoni ha vissuto una nuova fase del ricordo attraverso commemorazioni, convegni, deposizioni e dediche in ogni caso legate principalmente alla figura eroica del martirio da volontario nella Grande Guerra piuttosto che agli scritti e al lascito teorico di cui hanno usufruito il sindacalismo rivoluzionario prima, il fiumanesimo e il fascismo dopo. La figura che spesso emerge da queste manifestazioni è quella di un Corridoni grande organizzatore e agitatore sindacale, sicuramente le sue migliori qualità, ma fin troppo riduttiva per quanto prodotto dal sindacalista marchigiano nella sua breve vita. E’ su questo canale che si inserisce il nuovo lavoro di Gennaro Malgieri a lui dedicatogli, Corridoni edito dalla casa editrice Fergen per la nuova collana “Profili”.

corridoni

Il centenario della Prima Guerra Mondiale si avvia alla conclusione e con esso si è indubbiamente persa l’occasione di riaprire il dibattito su immani questioni nazionali. Una fra tutte viene offerta dal libro di Malgieri ed è il motivo dell’interventismo o meglio i diversi motivi delle avanguardie culturali novecentesche italiane. Se, infatti, per il nazionalismo di Enrico Corradini e il futurismo di Filippo Tommaso Marinetti la guerra rappresentava fin dal principio della loro formazione una parola chiave, nel sindacalismo rivoluzionario, e nel socialismo intero, fu un tabù fino alla svolta annunciata e voluta proprio da Alceste De Ambris e Filippo Corridoni. Lo stravolgimento della posizione dal neutralismo all’interventismo fu voluto nell’ottica di far diventare il proletariato soggetto di primo piano nella vicenda nazionale con la partecipazione al conflitto e, quindi, legittimato a decidere del destino della comunità alla quale apparteneva. Le intuizioni di Corridoni seguirono di pari passo la divisione fra le anime del socialismo a partire da quella fra riformisti e rivoluzionari. La visione organizzativa dei rivoluzionari fu sempre legata al solo sindacato visto come una struttura slegata dal partito (socialista) in netto contrasto con chi lo voleva subordinato alle scelte dei compagni di lotta sedutisi e abbeveratisi agli scranni del Parlamento. La posizione di un sindacato autonomo dalla logica della politica partitica ha rappresentato la sconfitta dei rivoluzionari sia prima del grande conflitto che immediatamente dopo, quando pur confluendo in larga parte nelle nuove organizzazioni fasciste, i rivoluzionari furono relegati al terzo gradino del podio dopo lo Stato e il Partito.

La forza delle idee espresse da Corridoni sulle pagine de L’Internazionale, l’organo della nuova Unione Sindacale Italiana, o nei libelli dati alle stampe in quegli anni è, però, sopravvissuta alla sua morte ed è stata in grado di contaminare i momenti storici più salienti del primo e perfino del secondo dopo guerra. Evidente il contributo di Alceste De Ambris nella Costituzione della Reggenza dannunziana di Fiume, non meno importanti sono i punti di contatto presenti con la Carta del Lavoro del 1927 o il ruolo di primo piano avuto da un sindacalista rivoluzionario come Giuseppe Di Vittorio nell’organizzazione sindacale della rinata Cgil dopo il secondo conflitto mondiale. D’altronde fu Filippo Corridoni ad annunciare l’inutilità dello sciopero generale a pochi anni dai primi grandi scioperi organizzati nella Penisola, spiegando che a nulla sarebbero valsi se non seguiti dall’espropriazione dei mezzi produzione. Fu sempre Corridoni ad immaginare una riorganizzazione del sindacato e a parlare di liberismo nel mercato perché il protezionismo avvantaggiava i proprietari delle industrie senza innescare il processo marxista necessario alla spinta rivoluzionaria.

Un’altra figura che ritorna spesso nel libro di Gennaro Malgieri è quella di Enrico Corradini, leader nazionalista italiano con cui in sindacalisti rivoluzionari ebbero più di un punto di convergenza. Da sinistra Filippo Tommaso Marinetti, Ezio Maria Gray, Jean Carrere, Enrico Corradini e G. Castellini

Un’altra figura che ritorna spesso nel libro di Gennaro Malgieri è quella di Enrico Corradini, leader nazionalista italiano con cui in sindacalisti rivoluzionari ebbero più di un punto di convergenza. Da sinistra Filippo Tommaso Marinetti, Ezio Maria Gray, Jean Carrere, Enrico Corradini e G. Castellini

Il grande merito del lavoro di Malgieri è quello di restituirci un Filippo Corridoni a trecentosessanta gradi, schietto e gioioso con i compagni di lotta, infaticabile organizzatore e spesso “ospite” delle case circondariali del Regno d’Italia ma anche fabbro. E’ proprio così che l’autore si riferisce al sindacalista per spiegare la capacità di questo uomo nel saldare concetti che, fino a quel momento, sembravano in assoluta antitesi. Pacifismo e interventismo, socialismo e nazione, classe e popolo, repubblica e sindacato, liberismo ed antiborghesia, democrazia diretta ed antiparlamentarismo hanno segnato una nuova e originale dottrina rendendolo un modernizzatore dell’ideologia e un precursore di modelli politici aggregativi fondati sull’eresia. Tutte capacità che oggi non si ritrovano né nel mondo sindacale né in quello politico dove il dibattito annaspa alla deriva e non si evince la benché minima analisi dei processi che stanno rapidamente cambiando il nostro presente e che così bene Filippo Corridoni aveva compreso già un secolo fa.

 

http://www.lintellettualedissidente.it/storia/lfilippo-corridoni-gennaro-malgieri/

CULTURAPERLAPARTECIPAZIONECIVICA.IT

Malgieri racconta Corridoni

di Sergio Menicucci
I sindacati, oggi in Italia, attraversano un periodo d’oscuramento dopo essere stati protagonisti, per anni, di grandi manifestazioni di piazze e potenti strumenti di potere. I sistematici scioperi dei trasporti pubblici per quasi tutti i venerdì dell’anno, la paralisi dei treni, degli aeroporti, degli ospedali hanno provocato una specie di rifiuto e di sfiducia nei confronti delle organizzazioni che istituzionalmente dovrebbero tutelare i lavoratori, i più deboli (giovani e donne), partecipare alla crescita dei posti di lavoro. La realtà dimostra che il disagio sociale è cresciuto, il lavoro o manca o è precario, le disuguaglianze in aumento, il divario Nord-Sud sempre più preoccupante. Raccontare il profilo, le idee, le azioni del “sindacalista rivoluzionario” Filippo Corridoni, come fa il giornalista e scrittore Gennaro Malgieri nella collana i profili riporta la riflessione sulle passioni, le spinte ideali degli inizi degli anni Novecento quando il conflitto sociale toccò punte elevate, sfociate in violenze, arresti, rivolte per gli scontri in piazza tra operai e Forze dell’ordine, occupazioni delle fabbriche, scioperi per settimane. Filippo Corridoni, ricorda Malgieri, è stata una delle figure più controverse e complesse non solo del movimento rivoluzionario ma anche un anticipatore di nuove sintesi politiche. L’idea della emancipazione del proletariato, della sua necessità di lottare ed imporsi alla borghesia per diventare soggetto di primo piani nella vicenda nazionale trova in Corridoni un trascinatore nelle piazze e nelle fabbriche. Le inquietudini sociali e politiche portano Corridoni, lui antimilitarista e anti patriota, ad abbracciare l’interventismo di Oriani, Corradini, D’Annunzio, Mussolini considerando la guerra come premessa per il rinnovamento dell’Italia liberata da ogni oppressione e controllo straniero e da ogni tirannia interna. Corridoni, osserva Malgieri, era mosso dalla rivendicazione dell’indipendenza nazionale e dall’affermazione dello spirito nuovo che “i rivoluzionari” volevano imprimere all’Italia, sottratta anche moralmente dall’egemonia della borghesia. All’azione aggiunge un ampio e sostanzioso “corpus dottrinario”, foriero di sviluppi teorici e politici. Se la responsabilità del fascismo mussoliniano fu quella di troppo affetto per Corridoni gli storici e i sindacalisti del secondo dopoguerra hanno la colpa di aver ignorato e rimosso un sindacalista di grandi vedute, di profonda capacità organizzative, di trascinatore delle folle di operai, consapevole che il sindacato non poteva bastare da solo a risvegliare le coscienze, eliminare la miseria, superare la debolezza delle classi più deboli. “ Corridoni, scrive ancora Malgieri, accettò la guerra nella certezza che sarebbe stata una rivoluzione”, battendo le nazioni militariste e conservatrici con Germania e Austria. Sindacalista e rivoluzionario dando sempre l’esempio in piazza nelle manifestazioni e in guerra dove partì volontario con i suoi due fratelli fino all’appuntamento con la morte nella Trincea delle Frasche, il 23 ottobre 1915. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Divenne da giovane agitatore marchigiano apostolo del lavoro ed eroe della patria, a soli 28 anni. La sua figura, il suo pensiero, la sua azione meritavano di essere raccontati ancora, osserva Malgieri, per i tanti spunti di riflessione che offrono sia dal punto di vista della teoria sindacale che sotto il profilo politico. L’eredità principale del sindacalista rivoluzionario è quella di aver saputo spingere i lavoratori a riconciliarsi con la Patria. E in uno degli ultimi scritti c’è un’osservazione preveggente di geopolitica “l’Italia è come un ponte tra Europa e Africa ed è vicina ai grandi mercati asiatici che permetteranno un più razionale sfruttamento delle nostre energie”. Le vicende del Mediterraneo e dei flussi migratori lo stanno dimostrando.

http://www.culturaperlapartecipazionecivica.it/libri.php

CULTURELITE.COM

Gennaro Malgieri, “Filippo Corridoni” (Ed. Fergen)

“La borghesia italiana è l’ultima venuta sul campo della produzione; essa non ha tradizioni e non ha metodo; è povera e ci tiene a non rischiare il suo capitale che a colpo sicuro; è infingarda e lazzarona e non vuol faticare, non vuol lottare, non vuole avere fastidi; rinuncia alla gallina del domani per la coccia dell’uovo dell’oggi: e si mette in mano dello Stato. Questo la spolpa, l’assassina, ma la contenta», scriveva negli anni Dieci Filippo Corridoni, l’eroe che non a caso venne difinito “l’Arcangelo del sindacalismo”. Da questo assunto non si può prescindere se lo si vuole comprendere nei molteplici ed apparentemente contraddittori aspetti della sua multiforme personalità. Ed è questo l’intento di Gennaro Malgieri che con il suo saggio dedicato al capofila del sindacalismo rivoluzionario si prefigge allo scopo di avvicinarlo, in maniera originale ed inedita, al movimento Volkisch tedesco – uno degli elementi più rappresentativi della Rivoluzione conservatrice, pressoché coevo del sindacalismo rivoluzionario italiano. Una prospettiva inusuale che apre la strada a nuovi orizzonti interpretativi.

Filippo Corridoni (1887-1915) è una delle figure più controverse e complesse del movimento rivoluzionario del primo Novecento. Ma anche anticipatore di “nuove sintesi” politiche foriere di sviluppi teorici e pratici di indiscutibile portata storica. Come si evince dalla sua intensa attività di agitatore e di pubblicista (aspetto sempre sottovalutato), Corridoni è stato un antesignano del superamento delle categorie politiche ottocentesche che oggi può dire molto guardando agli esiti delle fase estrema  del capitalismo che ha portato alla disumanizzazione del lavoro.

Una vasta letteratura ce lo consegna nei modi più disparati: tutti sono plausibili ed è legittima qualsivoglia interpretazione del suo breve eppure interessante  cammino tra le intemperie degli anni Dieci fino alla tragica ed eroica morte nella Trincea delle Frasche. Al di là delle passioni ideologiche e delle strumentalizzazioni di parte, non meno delle demonizzazioni postume, non si corre il rischio di appropriarsene indebitamente giudicandolo un antesignano del bellicismo proletario come necessità rivoluzionaria. Egli fu un convinto sostenitore dell’impegno italiano nella Prima Guerra Mondiale non perché ritenesse fondate le ragioni degli interventisti borghesi, a cominciare dalla retorica sul “completamento del Risorgimento”, ma per l’opposta ragione. Vale a dire: far diventare il proletariato, con la partecipazione al conflitto,  soggetto attivo e di primo piano nella vicenda nazionale. L’etica corridoniana, in questo senso, si sposa con l’estetica rivoluzionaria a cui egli stesso ha dato un notevole impulso, attratto da Sorel non meno che da un marxismo rivisitato, depurato dalla componente internazionalista e ripulito dal materialismo secondo l’esperimento “scientifico” proposto da Lassalle, Bernstein, Lagardelle e poi, in Italia, da Arturo Labriola e da Enrico Leone. Un’estetica che nell’azione diretta avrebbe avuto la sua esplicitazione formale più evidente e da essa avrebbe tratto ispirazione un’intera generazione per trarsi dall’impaccio di un rivoluzionarismo datato e sterile, invecchiato nell’esaltazione retorica della Comune di Parigi e dei moti del Quarantotto. In altri termini, con Corridoni  fa irruzione nello smantellamento della pratica marxista il decisionismo individualista che cerca di contagiare le classi affinché assumano la responsabilità della partecipazione alla guida della nazione. Ed il suo sindacalismo rivoluzionario, come cerca di mostrare Gennaro Malgieri nel  breve, ma essenziale profilo politico ed intellettuale (Corridoni, Fergen, pp. 105, € 10, per ordinarlo: info@fergen.it), si caratterizza per l’originalità rispetto ad altri sindacalisti  e per la moralità con la quale egli ha perseguito il suo scopo. Il volumetto è il primo della collana “Profili” diretta da Malgieri cui seguiranno a breve i saggi di Mario Missiroli L’ultimo Sorel e quello di Francesco Coppola e Maurizio Maraviglia, Alfredo Rocco.

 

http://www.culturelite.com/categorie/scritture/gennaro-malgieri,-%E2%80%9Cfilippo-corridoni%E2%80%9D-ed-fergen.html?highlight=WyJtYWxnaWVyaSJd

 

BARBADILLO.NET

Libri. “Corridoni” di Malgieri tra sindacalismo rivoluzionario e movimento volkish

Pubblicato il 6 marzo 2018 da Obdulio Varela
Categorie : Scritti

Filippo Corridoni

Filippo Corridoni

Filippo Corridoni (1087-1915) è un delle figure più controverse e complesse del movimento rivoluzionario del primo Novecento. Ma anche un anticipatore di “nuove sintesi” politiche foriere di sviluppi teorici e pratici di indiscutibile portata storica. Come si evince dalla sua intensa attività di agitatore e di pubblicista (aspetto sempre sottovalutato), Corridoni è stato un antesignano del superamento delle categorie politiche ottocentesche che oggi può dire molto guardando agli esiti delle fase estrema  del capitalismo che ha portato alla disumanizzazione del lavoro.

Una vasta letteratura ce lo consegna nei modi più disparati: tutti sono plausibili ed è legittima qualsivoglia interpretazione del suo breve eppure interessante  cammino tra le intemperie degli anni Dieci fino alla tragica ed eroica morte nella Trincea delle Frasche. Al di là delle passioni ideologiche e delle strumentalizzazioni di parte, non meno delle demonizzazioni postume, non si corre il rischio di appropriarsene indebitamente giudicandolo un antesignano del bellicismo proletario come necessità rivoluzionaria. Egli fu un convinto sostenitore dell’impegno italiano nella Prima Guerra Mondiale non perché ritenesse fondate le ragioni degli interventisti borghesi, a cominciare dalla retorica sul “completamento del Risorgimento”, ma per l’opposta ragione. Vale a dire: far diventare il proletariato, con la partecipazione al conflitto,  soggetto attivo e di primo piano nella vicenda nazionale. L’etica corridoniana, in questo senso, si sposa con l’estetica rivoluzionaria a cui egli stesso ha dato un notevole impulso, attratto da Sorel non meno che da un marxismo rivisitato, depurato dalla componente internazionalista e ripulito dal materialismo secondo l’esperimento “scientifico” proposto da Lassalle, Bernstein, Lagardelle e poi, in Italia, da Arturo Labriola e da Enrico Leone. Un’estetica che nell’azione diretta avrebbe avuto la sua esplicitazione formale più evidente e da essa avrebbe tratto ispirazione un’intera generazione per trarsi dall’impaccio di un rivoluzionarismo datato e sterile, invecchiato nell’esaltazione retorica della Comune di Parigi e dei moti del Quarantotto. In altri termini, con Corridoni  fa irruzione nello smantellamento della pratica marxista il decisionismo individualista che cerca di contagiare le classi affinché assumano la responsabilità della partecipazione alla guida della nazione. Ed il suo sindacalismo rivoluzionario, come cerca di mostrare Gennaro Malgieri nel  breve, ma essenziale profilo politico ed intellettuale (Corridoni, Fergen, pp. 105, € 10, per ordinarlo: info@fergen.it), si caratterizza per l’originalità interpretativa e per la moralità con la quale egli ha perseguito il suo scopo.

La copertina di "Corridoni" di Gennaro Malgieri

La copertina di “Corridoni” di Gennaro Malgieri

Il volumetto è il primo della collana “Profili” diretta da Malgieri cui seguiranno a breve i saggi di Mario Missiroli L’ultimo Sorel e quello di Francesco Coppola e Maurizio Maraviglia, Alfredo Rocco.

«La borghesia italiana è l’ultima venuta sul campo della produzione; essa non ha tradizioni e non ha metodo; è povera e ci tiene a non rischiare il suo capitale che a colpo sicuro; è infingarda e lazzarona e non vuol faticare, non vuol lottare, non vuole avere fastidi; rinuncia alla gallina del domani per la coccia dell’uovo dell’oggi: e si mette in mano dello Stato. Questo la spolpa, l’assassina, ma la contenta», scriveva negli anni Dieci Filippo Corridoni: da questo assunto non si può prescindere se lo si vuole comprendere nei molteplici ed apparentemente contraddittori aspetti della sua multiforme personalità. Un contributo questo di Malgieri che tende ad avvicinare, inoltre, Corridoni al movimento Volkisch tedesco quasi coevo del sindacalismo rivoluzionario italiano. Una prospettiva inusuale che apre la strada a nuovi orizzonti interpretativi.

Di Obdulio Varela

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Estetica ed etica della rivoluzione in Filippo Corridoni. Un saggio di Gennaro Malgieri

È appena uscito il saggio di Gennaro Malgieri “Corridoni” (Fergen, pp.105, € 10), dedicato alla figura dell’eroe sindacalista rivoluzionario morto eroicamente il 23 ottobre 1915 sul Carso, all’età di ventotto anni
È un profilo intellettuale quello che propone Malgieri, indicando in Corridoni l’anticipatore di “nuove sintesi” politico-culturali di cui coglie sorprendenti analogie con il dibattito attuale. Qui di seguito anticipiamo il primo capitolo dedicato all’“etica e all’estetica della rivoluzione”.
Filippo Corridoni è stato considerato in molti modi nel corso dei cento anni seguiti alla sua morte. Una vasta letteratura ce lo consegna nei modi più disparati: tutti sono plausibili ed è legittima qualsivoglia interpretazione del suo breve eppure intenso percorso. Mettendo insieme il tutto, al di là delle passioni ideologiche e delle strumentalizzazioni di parte, oltre alle demonizzazioni postume, non si corre il rischio di appropriarsene indebitamente giudicandolo un antesignano del bellicismo proletario come necessità rivoluzionaria.
corridoniInsomma, egli fu un convinto sostenitore dell’impegno italiano nella Prima Guerra Mondiale non perché ritenesse fondate le ragioni degli interventisti borghesi, a cominciare dalla retorica intorno al “completamento del Risorgimento”, ma per l’opposta ragione. Vale a dire: far diventare, con la partecipazione al conflitto, il proletariato soggetto di primo piano nella vicenda nazionale e, dunque, legittimato a decidere del destino della più vasta comunità alla quale apparteneva che con il processo di unificazione aveva avuto ben poco a che fare.
L’etica corridoniana in questo senso si sposa con l’estetica rivoluzionaria a cui egli stesso ha dato un notevole impulso, attratto dal sorelismo non meno che da un marxismo rivisitato, depurato dalla componente internazionalista e ripulito dal materialismo secondo l’esperimento “scientifico” proposto da Lassalle, Bernstein, Lagardelle e poi da Arturo Labriola e da Enrico Leone. Un’estetica che nell’azione diretta avrebbe avuto la sua esplicitazione formale più evidente e da essa avrebbe tratto ispirazione un’intera generazione per trarsi dall’impaccio di un rivoluzionarismo datato e sterile, invecchiato nell’esaltazione retorica della Comune di Parigi e dei moti del Quarantotto.
In altri termini, con Corridoni – ma si potrebbe dire con la dottrina della “violenza necessaria” di Sorel ancor prima – fa irruzione nello smantellamento della pratica marxista il decisionismo individualista che cerca di conta- giare le classi affinché assumano la responsabilità della partecipazione alla guida della nazione. In tal senso l’etica e l’estetica rivoluzionaria, come si vedrà dalle note che seguono, si tengono nella figura di Corridoni caratterizzandola tra tutte le figure rivoluzionarie dell’epoca, perfino rispetto a quelle più prestigiose come Benito Mussolini, per una sua peculiarità assimilabile, in un diversissimo contesto, ai nazional- conservatori tedeschi che nello stesso torno di tempo, rifiutato il marxismo come ispirazione, riescono a mettere insieme l’elemento völkisch con quello più propriamente sociale e nazionale.
Corridoni, tanto per fare un esempio, era alla stregua di Ernst von Salomon o di Ernst Niekisch o di Otto e Gregor Strasser – che si sarebbero manifestati nel dopoguerra come soggetti attivi, generati da movimenti rivoluzionari an- tiborghesi – il simbolo delle inquietudini che nel primo Novecento scuotevano, non diversamente dalla Germania, l’Italia la cui formazione sta- tuale era per certi versi simile a quella della nazione tedesca. In entrambe la questione sociale e quella nazionale s’intrecciavano e, per di più, sollevazioni popolari contro il potere costituito, contro la borghesia capitalista che lo sosteneva, non erano tanto dissimili. In un contesto di totale indecisione, nel caotico svolgersi della vita politica, nel disagio provocato soprattutto nelle classi meno abbienti dal trasformismo parlamentare (il riformismo socialista ne era uno degli esempi più eloquenti) Corridoni, ma non solo lui, com’è noto, riassumeva nella sua militanza rivoluzionaria un “sentimento” di rinascita sociale.
La comunità nazionale, infatti, era prigioniera in parte di una cultura politica tendente a sviluppare un senso di irreggimentazione del pensiero e delle libertà individuali, in una logica oggettivamente di sopraffazione quale ideologia della meccanizzazione del lavoro e dell’appropriazione delle esistenze dei lavoratori stessi. Il benessere materiale come conquista di una borghesia, incapace di guardare oltre il proprio meschino orizzonte – cui si opponevano giovani intellettuali come Giuseppe Prezzolini, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giovanni Boine, Scipio Slataper, oltre a Enrico Corradini, ai numerosi “figli” di Alfredo Oriani ed al trionfante Gabriele D’Annunzio – tendeva a corrompere un proletariato sempre più attratto da quella standardizzazione di vita che la classe dominante gli proponeva.
Grazie al socialismo riformista e trasformista che aveva messo all’asta gli ideali per poche once di considerazione da parte della borghesia erede del risorgimentalismo privo di gloria e di ambizione (Francesco Crispi se n’era andato da un pezzo), in Italia, non diversamente da altri Paesi europei, in particolare modo Francia, Inghilterra e Germania, negli anni Dieci del secolo scorso l’affarismo partitico diede vita ad una dimensione degenerata della dialettica tra classi e gruppi di potere. Il risultato fu che i meno abbienti, abbacinati dal mito del progresso, da miraggi edonistici e dalla promessa di una partecipazione irrealizzabile nelle condizioni del tempo alla vita politica nazionale, furono indotti a consegnarsi ad un democratismo di facciata in- carnato dal parlamentarismo con la convinzione di contare finalmente qualcosa.
A questo punto di corruzione il socialismo ancora di stampo marxista, incarnato dal Psi dei Turati e dei Treves, aveva condotto la classe operaia nel recinto del giolittismo dove avrebbe dovuto spirare per asfissia. La reazione del sindacalismo rivoluzionario fu morale e politica, classista e inconsapevolmente nazionale come si evincerà dalla sua scelta di schierarsi per l’in-tervento nella guerra mondiale. A taluno, non impropriamente, verrebbe oggi in mente di qualificare l’atteggiamento di Corridoni e com- pagni come “populista” o “antipolitico”. Potrebbe essere corretto se ad entrambe le definizioni si facesse corrispondere l’obiettivo di restaurare, attraverso la presa d’atto delle ragioni del popolo e l’accusa del politicantismo imperante, un’idea partecipativa della politica richiamando quella concezione della “lotta” che Alfredo Oriani aveva inutilmente cercato di diffondere con l’appello ad una “rivolta ideale” che soltanto alcuni decenni dopo sarebbe diventata pratica corrente.
Corridoni può ben dirsi “discepolo inconsapevole” di Oriani e come tale, nazionalista e socialista al tempo stesso. La sua “antipolitica” ed il suo “populismo” furono volti a screditare il potere, ma ancor più a rendere cosciente il mondo operaio che il suo riscatto non poteva che passare attraverso un’etica del sacrificio (che sa- rebbe stata anche un’estetica della rivoluzione) tesa a riappropriarsi del proprio destino. Lo scopo era di dare dignità al lavoro degli umili, rigettare la meccanizzazione delle fatiche di- sprezzate in nome di un nuovo umanesimo, pervole” di Oriani e come tale, nazionalista e socia- lista al tempo stesso. La sua “antipolitica” ed il suo “populismo” furono volti a screditare il potere, ma ancor più a rendere cosciente il mondo operaio che il suo riscatto non poteva che pas- sare attraverso un’etica del sacrificio (che sa- rebbe stata anche un’estetica della rivoluzione) tesa a riappropriarsi del proprio destino. Lo scopo era di dare dignità al lavoro degli umili, rigettare la meccanizzazione delle fatiche di- sprezzate in nome di un nuovo umanesimo, per inaugurare un diverso modo di partecipare attraverso la dirompente “azione diretta” del sindacato operaio o di mestiere e, in politica, l’adozione della “democrazia diretta” della quale Giuseppe Rensi, scampato alla repressione milanese di Bava Beccaris nel 1898, e riparato a Lugano, nel 1901 con accenti quasi profetici andava scrivendo.
Corridoni penetrò forse più di chiunque altro lo spirito del tempo dal quale sarebbe scaturita una “mobilitazione totale” volta a restituire al popolo l’anima che poco alla volta, ed in forme anche violente, gli veniva sottratta per indirizzarlo a prendersi ciò che era suo: la nazione. Riuscì nell’intento. Nel solo modo possibile: mettere l’ardore rivoluzionario al servizio di una causa più coinvolgente qual era la guerra. E dalla guerra l’Italia, per quanto sfregiata materialmente, ne uscì rigenerata moralmente. Una guerra che, secondo Corridoni, non doveva es- sere né di difesa, né di conquista, ma occasione – cruenta certamente – di radicale mutamento: una guerra di popolo pensata per il popolo nella quale o si vince tutto o si perde tutto, simboleggiata essenzialmente da un non-luogo qual è la trincea dove i sentimenti ed i risentimenti con-vivono con gli ideali e le necessità, il sudore ed il sangue con la gloria effimera, quella più seducente e commovente. Il buco dove la speranza non ha cittadinanza, ma vi si fa strada lo “spirito eroico” a cui noi oggi, cento anni dopo, attribuiamo l’origine moderna di un’etica e di una estetica della rivoluzione.

 

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